Gruppo Scuola

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Referente: Daniele Tamborini

La scuola è une delle più faticose e stimolanti prove della transizione all’età adulta: è il periodo in cui ogni individuo compone il tessuto della propria identità (personale, sociale, sessuale, morale, politica…), le responsabilità aumentano, si stabiliscono riferimenti nuovi tra sé, la famiglia e il gruppo dei pari, si affrontano molteplici trasformazioni, scelte e problemi tipici dell’età evolutiva; per la prima volta ci si percepisce come attori sociali, chiamati a risolvere positivamente i compiti di sviluppo che si apprendono interagendo con la società. E’ in questa fase e in questo contesto della vita che l’omo-transfobia può avere, e spesso ha, un impatto critico e devastante sulla crescita de* giovani LGBTI. Arcigay dalla sua fondazione dedica molta attenzione, sia a livello nazionale sia a livello locale, proprio alla scuola per il ruolo fondamentale che ha sul benessere delle persone LGBTI e in generale per la crescita civile del Paese.

 

 

Il rischio omo-transfobico a scuola

Oltre ad essere un territorio fondamentale dell’apprendimento, la scuola è infatti spesso purtroppo anche il luogo in cui possono attecchire facilmente pregiudizi e conseguenti discriminazioni ai danni di tutte le persone che non rispecchiano modelli sociali largamente accettati e rispondenti a stereotipi, e dunque un terreno in cui le persone LGBTI possono trovarsi in forte difficoltà a causa di un ambiente sociale in cui non si sentono liberi di essere se stessi. Al tempo stesso anche gli studenti che tendono a  discriminare coloro che percepiscono “diverso” da loro  hanno diritto ad un intervento educativo per modificare i propri atteggiamenti negativi e prendere parte alla costruzione di un ambiente sicuro e accogliente per tutti e tutte.

 

Il 24% degli intervistati LGBTI nella ricerca ISTAT del 2011 sulla popolazione omosessuale nella società italiana dichiarava di essere stato discriminato in ambito scolastico e/o universitario, contro il 14,2% dei rispondenti eterosessuali. Dalla ricerca dell’Agenzia Europea per i Diritti Umani del 2012 emerge come il 55% dei più giovani (18-24) abbia nascosto la propria identità LGBTI a scuola, mentre solo il 7% ha vissuto apertamente in quel contesto. Il dato è migliore rispetto a coloro che hanno vissuto la scuola molti anni prima (più aumenta la fascia di età più si dichiara di essersi nascosti a scuola), ma è comunque significativo di una difficoltà importante.

 

In particolare gli/le adolescenti LGBT devono scontrarsi con la difficoltà nel trovare informazioni attendibili e modelli positivi cui fare riferimento, mentre sono facilmente esposti ad atteggiamenti omo-transfobici sia nel contesto scolastico sia in quello extrascolastico (famiglia, gruppo di pari, circoli sportivi…); a ciò si aggiunge l’imbarazzo e la sommarietà con cui in molti casi le istituzioni educative e i mass media si occupano di queste tematiche, cosa che spinge le ragazze e i ragazzi LGBTI (o coloro che sono percepiti come tali) a concepirsi delle comparse nella propria vita relazionale.

 

L’omo-transfobia a scuola non ha solo un impatto sulla salute e il benessere psicologico generale de* giovani LGBTI, ma soprattutto sulla loro carriera scolastica (e conseguentemente anche lavorativa), con un alto rischio di abbandono o di performance ridotte rispetto al normale.

 

 

Il bullismo omo-transfobico a scuola

Il bullismo è quello specifico fenomeno delle prepotenze tra pari, che si esercita in modo persistente e organizzato secondo un determinato copione relazionale ai danni di uno o più compagni di scuola che non hanno possibilità di difendersi a causa dello sbilanciamento di potere tra aggredito e aggressore. A differenza di un comportamento aggressivo motivato dalla specifica relazione tra due individui, il bullismoha forte caratteristica sociale e collettiva, perché agito appositamente dai “bulli” di fronte ad altri gregari, sostenitori, o spettatori più o meno silenti allo scopo di sottolineare il proprio potere e dominio. Si può dire che il bullismo mette in pratica, senza bisogno di una elaborazione che le giustifichi, le discriminazioni e le stigmatizzazioni presenti nella società: per i bulli e i loro gregari, infatti, il fatto che le persone LGBTI siano “ripugnanti” e “contro natura” non ha bisogno di teorie o dimostrazioni, ma si assume in modo non razionale semplicemente attraverso l’esempio dei pari.

 

Se è vero che il bullismo prende solitamente di mira diverse “categorie” stigmatizzate oltre alle persone LGBTI (le persone grasse, le donne, coloro che fanno parte di minoranze etniche), il bullismo omo-transfobico ha una sua particolarità, perché da una parte non attacca solo il soggetto in quanto LGBTI o presunto tale, ma coinvolge l’intera dimensione privata e personale della sua sessualità, e dall’altra si radica in una cultura generale ancora omo-transfobica che di fatto giustifica gli aggressori ed è spesso interiorizzata dallo stesso aggredito. Questo aspetto aggrava la situazione in tre modi soprattutto:

  • l’aggressione viene tenuta per sé: da un lato gli altri sono meno ricettivi a causa dell’omo-transfobia diffusa e tendono a sottostimare o a colpevolizzare la vittima, dall’altro la vittima stessa può trovare particolari difficoltà a chiedere aiuto agli adulti, ai genitori o ai pari, perché questo equivarrebbe a portare l’attenzione sulla propria sessualità e identità con cui si sta magari ancora “facendo i conti” nella gestione della vergogna, dell’ansia e delle aspettative altrui sulla propria eterosessualità o conformità di genere;
  • trovare sostegno e protezione tra i pari è più difficile: i pari “difensori” che già in situazioni normali di bullismo di altra natura sono pochi, si riducono ulteriormente in ambito omo-transfobico perché difendere una persona omosessuale o transessuale comporta l’alto rischio di essere a propria volta associati ad essa come omosessuali o “non normali”, con una conseguente estensione a sé del trattamento e delle dicerie riservate alla vittima originaria (è il carattere tipicamente “contagioso” dello stigma sessuale).
  • l’omofobia interiorizzata aumenta la vulnerabilità della vittima: il già difficile percorso di scoperta e definizione di sé rende la persona vulnerabile agli attacchi, ma si aggrava quando l’omo-transfobia viene interiorizzata dalla vittima fino anche a farle assumere un atteggiamento di giustificazione dell’aggressore e di auto-punizione.

 

Secondo la ricerca Schoolmates su un campione di studenti delle scuole superiori tra Bologna e Modena nel 2005/2006, più del 50% degli studenti aveva sentito con un’alta frequenza a scuola insulti omofobi e aveva visto scritte omofobe rivolte in particolare ai maschi omosessuali, dato che diminuiva rispetto all’omosessualità femminile. In generale l’omosessualità maschile risultava maggiormente presa di mira, tanto che il 15% dichiarava di aver visto scene di esclusione o isolamento di ragazzi omosessuali o presunti tali, e il 14% atti di aggressione verbale o fisica. Una successiva ricerca di Arcigay nel 2010 sul bullismo omofobico (commissionata dal Ministero Politiche Sociali) su più di 800 studenti su un campione rappresentativo di scuole superiori, due terzi degli studenti riportava di aver sentito insulti omofobi nell’ultimo mese a scuola o prese in giro nei confronti di ragazzi gay o presunti tali, uno studente su 8 aveva assistito a molestie di tipo sessuale, scritte sui muri o minacce di aggressione fisica, e uno su 13 ad aggressioni fisiche per questo motivo. Anche in questo caso era soprattutto l’omosessualità maschile ad essere presa di mira. Quasi il 4% degli studenti risultava vittima di bullismo omo-transfobico nell’ultimo mese considerato: al tempo, considerata la popolazione di studenti in quel momento, si sarebbe potuto parlare di 100.000 vittime di bullismo omo-transfobico in Italia.

 

Da notare che durante la ricerca che Arcigay condusse sul bullismo omofobico, il 50% delle scuole selezionate (soprattutto al sud e nel nord-est) rifiutò la collaborazione anche solo per la raccolta dati, il che la dice lunga sul ritardo culturale e istituzionale in cui l’associazione si trova ancora ad operare (e i/le giovani LGBTI a vivere) in Italia, esacerbato al momento anche dalla propaganda disinformatrice del movimento omo-transfobico cosiddetto “anti-gender”.

 

 

I Gruppi Scuola di Arcigay e i programmi/progetti di intervento nelle scuole

Per queste ragioni, nell’ottica di contrastare ogni forma di discriminazione delle persone LGBTI all’interno delle scuole e per favorire lo sviluppo di una società più aperta, laica e inclusiva, Arcigay da 16 anni si impegna nelle scuole attraverso i suoi Gruppi Scuola, realizzando interventi specifici, o veri e propri laboratori curriculari ed extra-curricolari di prevenzione al bullismo ed educazione all’alterità, ma anche di  formazione al personale scolastico.

La principale finalità dei nostri interventi e percorsi è contribuire a creare un contesto scolastico inclusivo, multiculturale e aperto a tutte le forme di alterità.

Obiettivi degli interventi di Arcigay nelle scuole sono:

  • fornire gli strumenti per rapportarsi con tutti i tipi di alterità;
  • contribuire all’ampliamento delle attitudini relazionali con se stessi e con gli altri;
  • fornire giuste informazioni relative all’orientamento sessuale, l’identità di genere ed i ruoli di genere;
  • coinvolgere gli studenti nella prevenzione al bullismo;
  • fornire strumenti per l’analisi delle rappresentazioni stereotipiche;
  • fornire strumenti di decostruzione delle rappresentazioni delle varie identità sessuali;
  • approfondire le questioni di genere, corporeità, orientamento sessuale;
  • favorire l’acquisizione di prospettive sull’influenza di tali rappresentazioni sull’individuo e sulla persona, posta in una prospettiva intersoggettiva, ovvero inclusa in comunità;
  • favorire l’acquisizione di strumenti analitici per la comprensione delle intenzionalità dei linguaggi, dei differenti registri espressivi, delle eventuali incompletezze massmediatiche;

 

 

Le metodologie che utilizziamo a scuola

Le metodologie si caratterizzano solitamente per modalità fortemente interattive, grazie anche all’utilizzo dell’educazione non formale, ovvero un’attività educativa individuale e di gruppo con l’obiettivo di migliorare capacità e competenze al di fuori del curriculum educativo formale (esempi: brainstorming, lavoro in piccoli gruppi, simulazioni, attività ludiche, racconti di vita e testimonianze dirette). Durante i laboratori  vengono distribuiti materiali didattici da utilizzare in aula e/o per il lavoro autonomo, quali bibliografie, filmografie, discografie ragionate, glossari terminologici, materiali letterari e audiovisivi.

 

Tutti i percorsi formativi si articolano in più incontri della durata di due ore circa ciascuno, da inserire nella consueta attività didattica diurna, o da realizzarsi come attività integrativa pomeridiana extra-curricolare. Al termine dei percorsi è prevista una fase di feed-back tramite brevi questionari o discussioni in plenaria. Per alcuni percorsi è prevista inoltre l’attività di peer education, durante la quale i partecipanti del laboratorio sperimentano un ruolo di mediazione tra pari all’interno delle classi relativamente ai contenuti appresi durante il percorso. Le attività e le esperienze di peer education verranno infine verificate ed auto-valutate dai partecipanti.

 

Quando non è possibile attivare percorsi formativi, Arcigay cerca, anche grazie alla collaborazione con le organizzazioni studentesche, di realizzare almeno interventi in contesti meno strutturati, come tipicamente le assemblee organizzate dagli studenti.

 

 

 

Per maggiori informazioni sui percorsi e sulle disponibilità:

scuola@arcigayvarese.it

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